domenica 7 agosto 2011

Alicudi Agosto 1994. La chiamata


Nell'agosto del 1994 decisi come di consuetudine passare le mie vacanze a Stromboli, di solito raggiungevo l'isola il giorno del 15 Agosto, quando gran parte dei ragazzini si preparavano a partire, quella volta la raggiunsi verso la prima settimana, sulla nave da Napoli avevo conoisciuto sul ponte una ragazza architetto che stava andando a raggiungere il suo fidanzato Riccardo Re ad Alicudi  e così mi cominciò a descrivere quell'isola, mi aveva raccontato di quanto fosse ancora selvaggia, l'acqua si attingeva dal pozzo, gli asini venivano utilizzati per trasportare i viveri e poi niente discoteche, niente automobili, niente di niente solo natura, natura selvaggia. Mi aveva talmente incuriosito che dopo due giorni di frastuono a Stromboli decisi di raggiungere Alicudi. Mi caricai i bagagli e mi imbarcai con il primo aliscafo, per raggiungere la sorella più piccola delle sette sorelle, Alicudi dovetti fare una tappa a Lipari per prendere l'aliscafo che andava a Palermo passando prima da Filicudi. Arrivai sulla banchina del porto vecchio, c'erano due ragazze che dovevano imbarcarsi per Filicui e aspettavano lo stesso aliscafo, combinazione erano entrambi di Torino e una di loro conosceva il mio avvocato penalista Benedetti, che mi aveva seguito nella causa contro un socio svizzero ebreo. Pensai nel frattempo che nell'isola che avrei raggiunto ci sarebbe stata di sicuro una chiesa e con essa un'altare da addobbare, chiesi subito a quelle ragazze se sapevano di un fioraio aperto a quell'ora, erano circa le 14,30. Una delle due mi disse tempestivamente che erano appena passate davanti ad un negozio di fiori e che avevo notato due ragazze che stavano facendo pulizia davanti al negozio. Mi precipitai immediatamente, erano ancora lì con le scope in mano, gli chiesi se potevano fare un mazzo di fiori, mi risposero che avevano appena chiuso e stavano chiudendo, insistetti dicendo che quei fiori servivano per abobbare l'altare della Chesa di Alicudi e così ottenni il mio mazzo di fiori. Ero veramente contento di portare quei fiori nell'isola, d'altronde una chiesa, un'altare ci saranno state di sicuro e qualcuno pensavo poteva gradire quei fiori, come il monaco di Sant'Honorat nell'isola di Lerìn in Francia di fronte a Cannes, che di solito andavo portando un nbel mazzo di fiori per adornare gli altari. Raggiunsi l'isola, sciesi, c'erano diversi asini, qualche capretta, sembrava di andare in dietro nel tempo, era proprio come me l'aveva descritta quella ragazza e mi recai da una signora vicino al porto di nome Graziella che mi avrebbe potuto indicare un posto dove alloggiare. Questa Graziella mi disse che c'era ancora un posto sopra al porto, ed esattamente sopra alla posta. L'isola era un tempo solo contadina, erano coltivatori delle lenze fatte realizzare in passato dai carcerati, e quindi la vita si svolgeva ad un livello alto rispetto al porto, a circa 500 scalini dal porto, ovviamente erano più protetti da eventuali sbarchi di briganti. Mi incamminai con i miei bagagli, c'era un solo caldissimo, cominciavo a sudare, finchè raggiunta l'ultima casa del primo gruppo di case una signora che si trovava fuori dalla porta di nome Maria Giuseppa mi chiamò e mi disse in dialetto, Cristiano, unni stagghinnu, io gli risposi che stavo andando alla posta e se sapeva dirmi quanta strada avevo ancora da farmi. Lei mi rispose che avrei fatto una grande fatica e mi suggerì di scendere al porto e di cercare una ragazza massiccia con l'asino per proseguire il mio cammino, e che lei si sarebbe occupata di guardare i miei bagagli. Scesi e raggiunsi quella ragazzona con l'asino e la invitai a seguirmi verso i bagagli da trasportare. Caricammo tutto e salimmo fino al livello della posta, scaricammo i bagagli dall'asino ed entrai nella terrazza, subito sul fianco destro c'erano l'ufficio postale, poi più avanti abitava Felice Gaetano di Messina facemmo subito amicizia, mi offrì un caffè e mi portò poi sul cubo sopra alla posta. Una grande stanza tre brande e tre sedie in legno. Una piccola terrazza da cui si poteva scorgere un paesaggio meraviglioso, era rivolto a est, sul lato destro un pò più in basso sulla destra una chiesa, dove si era passati poco prima con l'asino. La chiesa era chiusa, e non avevo visto il prete a cui dare quei fiori. Li misi a terra erano protetti con la carta stagnola. Nel frattempo conobbi i due toscani che occupavano con me quella stanza. A sera mi fecero compagnia e conobbi così diversi turisti. Andammo poi a dormire. La mattina seguente mi sentii chiamare, Franco, Franco , Franco, era una voce dolce e soave, mi domandai chi poteva essere a quell'ora, guardai l'orologio, le lancette erano una opposta all'altra, erano le sei. Mi alzai e mi recai verso la finestra del balconcino, i fiori erano sempre lì sul terrazzino. Aprii e vidi una bellissima luce, sulla destra padroneggiava il campanile e la chiesa, da quel punto si vedevano le sei isole delle Eolie, la prima più vicino era Filicudi, e poi tutte le altre si poteva vedere nitidamente, addirittura si poteva osservare il pennacchio di Stromboli, poi oltre, la costa della Calabria e a sinistra gran parte della Sicilia, da Cefalù fino a Messina, era uno spettacolo meraviglioso, non mi sono più preoccupato di quella voce da dove provenisse. I toscani dormivano, ritornai dopo un pò a letto. La chiesa era ancora chiusa il mazzo di fiori ancora lì sul terrazzino. Trascorse la giornata, la sera nuovamente da una casa all'altra tra fisarmonica, vino, birra, balli e canti. Ci ritirammo a tarda notte nel nostro cubo. All'indomani mattina, alla stessa ora, mi sentii richiamare con la stessa voce della mattina precedente, Franco, Franco, Franco, aprii gli occhi, controllai l'ora, mi dissi subito, stai a vedere che sono le sei in punto. Come per profezia, erano nuovamente le lancette una opposta all'altra, erano esattamente le sei in punto. I toscani erano immersi in un sonno profondo. Mi alzai, e andai verso la finestra, la spalancai, un paesaggio meraviglioso, nuovo rispetto a quello del giorno prima, un nuvola era sopra Filicudi, i raggi del sole attraversavano quella nuvola e si irradiavano sull'isola a raggiera, a forma di triangolo. Uno spettacolo mozzafiato, stetti a contemplarlo, quando all'improvviso fui investito da un fascio di luce, come un fulmine, e poi un'altro e ancora un terzo. Cominciai a tremare, ero pieno di vibrazioni che non riuscivo a contenere, rimasi bloccato per non sò quanto tempo. Nel frattempo il sole si stava alzando, guardai sulla destra e vidi nell'orto a fianco alla chiesa un uomo vestito di vero piegato sulla terra. Pensai fosse il parroco, i toscani stavano continuando a dormire, presi quel mazzo di fiori e scesi verso la chiesa. Giunsi davanti all'orto, salutai il parroco: buon giorno le ho portato dei fiori per l'altare, lui mi guardò stupito, abbandonò la zappa e venne verso di me, buon giorno m disse, non mi era mai successo che un forestiero portasse dei fiori alla chiesa, sa quì non c'è l'usanza, non abbiano neanche un negozio che vende queste cose, quando è possibile si raccolgono dei fiori di campo prer adornare l'altare. Erano le 8 meno un quarto e il prete doveva andare a suonare la campana per avvisare la messa delle 8. Salimmo al piano di sopra, percorremmo il corridoio e raggiungemmo in fondo la sua camera da letto. Prese una corda che era stata legata alla sbarra del letto e la tiro. La corda era legata al battacchio della campana, la tirò un paio di volte e la campana cominciò a suonare. Tornammo sul corridoio, e ci fermammo a metà, a fianco ad una grande credenza di legno massiccio, aprì uno sportello e ne estrasse un volume in cui era trascritte le nascite e le morti, cominciò a parlarmi dell'isola e soprattutto degli isolani, che purtroppo il denaro dei turisti li aveva accecati, non frequentavano più la chiesa, e qualcuno bestemmiava dalla mattina alla sera. Ci dirigemmo verso la sacrestia, il prete si vestì ed entrammo in chiesa. Andai verso i banchi, solo due donne occupavano la chiesa, la perpetua e la Signora Maria Giuseppa che incontrai il giorno del mio arrivo invitandomi ad andare a recuperare l'asino per il trasporto dei miei bagagli. Il prete celebrò la messa. Dopo di chè mi invitò a seguirlo oltre la stradina a fianco la chiesa. Mi disse, adesso la porto a vedere il luogo dove vado a pregare, e mi portò verso un dirupo, da dove si vedeva una bellissima baia. Il luogo era effettivamente mozzafiato. Dopo di chè ci salutammo. Continuai così la mia vacanza. Un giorno mentre rientravo dalla spiaggia alla sera, difatti visto il percorso così tortuoso era impensabile tornare in terrazza alla posta per l'ora di pranzo, per cui si rimaneva in spiaggia o nella stradina del porticciolo a mangiare un panino imbottito da Ettore, pomodoro, formaggio e prosciutto o salame e ovviamente origano; per cui salendo quel giorno mi fermai come di solito sul piazzale della chiesa, sedendomi sul muretto a fianco. Ad un certo punto rivolsi lo sguardo verso la terrazza dove alloggiavo e vidi una ragazza vestita di bianco, binda con i capelli ricci, era appoggiata ad una colonna, la fissai cercando di dargli un volto, un nome, non riuscivo a collocarla in nessuna di quelle ragazze che avevo nel frattempo conosciuto nell'isola. Chi era mi domandavo, finchè ad un certo punto mi venne in mente di fare un gesto di saluto, così alzai il braccio dondolandolo un paio di volte, per vedere se quella donna rispondeva al mio saluto, anche lei alzò il braccio sinistro e mi rispose. Ripresi il cammino, nel frattempo tra un gradino e l'altro cercavo di pensare chi potesse essere ma invano nessun confronto tra le conosciute. Arrivai così all'ingresso della terrazza, coricato con un Tex in mano Felice Gaetano stava leggendo, al chè gli domandai: ciao Gaetano, lui alzò gli occhi verso di me e mi rispose: chibbua, gfli risposi: e si ciao ma scusa non è entrata una ragazza vestita di bianco, bionda qualche minuto fa sulla terrazza, lui mi guarda e mi dice: cà nuddru vitti, ca ti stà sunnannu, stà diventanno pazzu, non io gli risposi: quarda che l'ho vista sul serio. Lui tornò a dirmi: cà nuddru trasì, nuddru si vitti. Così capii che era come quella voce dell'alba. Così passarono le miei vacanze. Rientrai a casa,per rivivere il mio quotidiano, la prima sera mi andai caricare, era già a letto, ancora una sequenza, ai piedi del letto l'ultima: Franco, Franco, Franco, la stessa voce, come se mi volesse comuncare che non era nell'isola, ma era con me, mi aveva seguito; dopo di chè non la sentii più. Trascorsero dodici anni e ritornai nell'isola, incontrai la nuora della Francesca, Lea che nel frattempo aveva preso in gestione un piccolo ristorante, dove all'ora abitatava quella signora Graziella che mi indicò la posta per alloggiare, avevano fatto questo ristorantino. Cominciammo a raccontarci del passato, la Maria Giuseppa, la suocera era mancata così anche il prete, così gli raccontai la storia della ragazza vestita di bianco, quando ad un certo punto ha cambiato colore e mi disse: ma tu lo sai che nell'isola c'è veramente questa donna bionda vestita di bianco, se ne parla nell'isola e si dice che le persone sensibili riescono a vederla e parla a loro? No gli risposi non lo sapevo proprio, e quindi lei ebbe conferma di quelle voci che si raccontavano in paese, trovai straordinario quel fatto. 

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